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Pubblicato il: 15-12-2009

L'eredità: cosa rimane delle subculture politiche italiane

Rivistando: L'eredità: cosa rimane delle subculture politiche italiane
È un epitaffio delle subculture politiche italiane bianca del Veneto e rossa della Toscana, che affondano le radici nell’Italia postunitaria e ancor prima in quella dei Comuni fino ad attraversare tutto il ventesimo secolo, dalla nascita dei primi grandi partiti di massa, popolare e socialista (poi comunista), alla loro evoluzione e infine la loro rapida implosione negli anni Novanta il volume L'eredità. Le subculture politiche in Veneto e Toscana. (Liviana, Novara, 2009, nuova collana Serendipity).

Perché parlare proprio di queste culture politiche caratteristiche del Veneto e del Centro Italia? Perché hanno svolto un ruolo chiave nella socializzazione politica dei cittadini italiani, in particolare nel XX secolo, il più delle volte in funzione antistatale, ma determinando di fatto la crescita socio-economica del nostro Paese, radicandosi e creando una cultura politica fatta di riti, pratiche sociali e linguaggi condivisi. Ma negli ultimi anni come sono cambiate? Quale eredità lasciano dietro di sé in un cammino approdato a Tangentopoli e alla scomparsa dei due grandi partiti Pci e Dc?

Questa la domanda che si fanno gli autori di questo libro curato da Carlo Baccetti, docente di scienza politica e governo locale all’università di Firenze, e da Patrizia Messina docente di governo locale all’università di Padova. La risposta, o meglio le risposte, che riescono a delineare - Egidio Comelli e Massimo Carrai (Il contesto socio economico, Società locale e immigrazione), Gianni Riccamboni e Carlo Baccetti (Culture politiche al voto), Carlo Baccetti e Patrizia Messina (Come cambia la politica locale), Marco Almagisti Capitale sociale e qualità della democrazia, Istituzioni locali, capitale sociale e corpi intermedi) - nel loro insieme presentano un quadro più chiaro delle trasformazioni politiche sociali e culturali della società italiana di oggi.

Ambedue le subculture, bianca e rossa, sembrano ritrovare nel territorio il loro valore fondante secondo Mario Caciagli, che tira le fila del discorso a fine libro. Questo succede anche per una maggior centralità della figura del sindaco e una maggiore capacità di ascolto degli amministratori, nonostante le derive "discutibili" del localismo e del campanilismo. Ma alla fine lo studioso decreta con certezza la morte delle culture politiche, oramai appartenenti al passato.

A cercare tracce di una dotazione di capitale sociale ancora esistente è invece Marco Almagisti che parla di comunicazione prossemica di alcuni partiti, la Lega in primis, capaci di radicarsi nel territorio e parlare alla "pancia" della gente.

In Veneto è ancora forte il ruolo della Chiesa, quello della famiglia. E sempre in Veneto la cultura bianca sopravvive nella ricerca da parte degli imprenditori di una protezione pubblica (piuttosto che affidarsi al mercato come ci si immaginerebbe) magari con una fiducia rivolta agli amministratori locali più che nazionali. E poi non va trascurato il volontariato. Associazionismo che assume una connotazione più politica e attivista in Toscana dove nonostante la flessione dei partiti postcomunisti "riemerge un robusto potenziale di mobilitazione": un movimento civico che a tutto fa pensare tranne che il capitale sociale sia completamente scomparso (si pensi ai girotondi del 2002, alla legge della partecipazione 70/2004). La stessa forte adesione alle primarie mostra vagiti di partiti che si rianimano quando aprono alla partecipazione.

Illusioni? Secondo Caciagli "non n ci sono più parrocchie né partiti in grado di trascinare partecipazioni". Insomma, c’è un tessuto sociale in disintegrazione, una sfiducia nelle istituzioni nazionali, nella politica, a maggior ragione oggi con le collusioni mafiose e gli scandali che coinvolgono entrambi gli schieramenti. E ancora più grave la sensazione di una precarietà esistenziale. Ma il capitale sociale non è completamente eroso. Le culture politiche riemergono in modo trasformato, i corpi intermedi cercano una nuova definizione. C’è una inedita fiducia negi governi locali a cui i cittadini chiedono politiche di integrazione, welfare e sviluppo economico.

“Il capitale sociale resta fondamentale perché una democrazia possa durare nel tempo”, ci spiega ancora Almagisti. Il problema della disaffected democracy di oggi mette a rischio la qualità democratica. Per questo è importante non trascurare le modalità con cui si ricostruiscono reti civiche e valori condivisi. Da questo libro un barlume di speranza riappare: i germogli di civic culture ci sono. La sfida delle istituzioni locali (prima fra tutte come gestire la domanda di integrazione degli immigrati) è non dilapidarla ma valorizzarla, salvaguardando il patrimonio identitario e promuovendo una rinnovata fiducia tra cittadini e istituzioni.

Giorgia Iazzetta


 




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Articolo presente nel numero: Anno VII 373 (18/12/2009)

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