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Pubblicato il: 25-11-2009

eDemocracy, passiamo alla fase due

E-gov e innovazione: eDemocracy, passiamo alla fase due
"Partecipazione" e "democrazia elettronica" sono concetti che suscitino grande fascino e riescano ad attrarre sempre nuovi adepti, anche grazie alla forza propulsiva del web. Dopo l’elezione di Obama tutto il tema che gravita attorno all’eDemocracy e, in seconda battuta, all’eGovernment ha beneficiato di nuova linfa e soprattutto di nuovi consensi. Oggi in Italia si sta avviando una fase due, meno pionieristica, che conta su una nutrita schiera di innovatori e soprattutto di casi concreti da portare come esempio.

Il convegno di Demotopia, che si è svolto a Venezia venerdì scorso (http://demotopia.ning.com/), ha cercato di fare il punto su questa seconda fase, enfatizzando una serie di "buone pratiche" che possano servire da stimolo anche a chi con disubbidienza, passione e coraggio si è fatto persuadere che la democrazia elettronica è il viatico per il rinnovamento, non tanto tecnologico, ma soprattutto culturale. Largo spazio quindi alle esperienze del territorio e, soprattutto, alle tante proposte scaturite dalle "consulte giovanili" che si rapportano giornalmente con gli Enti Pubblici esercitando azioni forti rivolte alla richiesta di trasparenza e di compartecipazione.

Porto a casa da questo convegno una consolidata certezza che, per lo meno in un futuro prossimo, mi consentirà di sostenere e di proporre scelte orientate al concetto di georeferenziazione molto esteso. Tutto nasce dalla consapevolezza del dove e dal concetto di prossimità.
Ogni cittadino vede come prioritarie le esigenze più immediate al proprio campo visivo e ne chiede soddisfazione all’Istituzione più vicina che, secondo il principio di sussidiarietà dovrebbe poi soddisfare i suoi bisogni.

Da un punto di vista pratico, l’esempio di Fixmystreet è ormai l’ispiratore di questa teoria e lo si è capito anche dai tanti progetti analizzati durante il convegno, come ad esempio: Tutti questi servizi utilizzano, in varie forme, i social media o i layer dei social media per poter costruire mash-up aperti alla compartecipazione e quindi al crowdsourcing. Queste riflessioni, estese a concetti più ampi di economie di scala e di buon uso dei finanziamenti pubblici, hanno permesso di analizzare un altro concetto forte: i social media si evolvono da servizi a infrastruttura.

Prendiamo ad esempio Facebook che è sulla bocca di tutti. Oggi è ancora visto come "servizio". Servizio di socializzazione, di lifestreaming, di pubblicazione foto e chi più ne ha più ne metta. Ma se cominciamo a guardarlo da un altra prospettiva, quella del provisioning e dell’accounting, ecco che il ruolo cambia. Facebook diventa una infrastruttura sulla quale insistono già milioni di utenti. Questi non debbono riaccreditarsi come succede per la maggior parte dei servizi erogati dalle istituzioni. Quindi, lo sviluppo delle applicazioni su Facebook può beneficiare di una infrastruttura abilitante e già fidelizzata. Lo stesso dicasi per altre infrastrutture, come ad esempio Google e i suoi servizi in SaaS. Certo, si apre il tema del cloud computing e quindi del governo dei dati pubblici. Ma ben venga se ci aiuta a erogare servizi a grande impatto di partecipazione.

Ovviamente il convegno ha trattato anche il tema del largo beneficio derivato dai praticanti la rete abitata. Blogger in primis. Questi personaggi, visti spesso come nerd dalle istituzioni, oggi possono dare una spinta decisiva per far assimilare le pratiche della partecipazione. Ed è stato davvero bello vedere come l’esperienza di Terremoto09 ha suscitato interesse per la sua peculiarità e la sua spinta alla consapevolezza che "il raccontare la verità è un dovere civico!".

Questa tema cade a fagiuolo proprio nei giorni in cui in rete si dibatte (nuovamente) sul ruolo dei blogger italiani o meglio, sul ruolo della parte attiva della rete. Praticando blogolandia e dintorni c’è in effetti la sensazione di una sterilità diffusa. Di un parlarsi addosso e di un riparlare ancora e ancora delle stesse dinamiche senza portare a casa nessuna conquista rilevante. Certo, si può sempre acclamare il modello Obama ma, non basta ergersi a evangelisti e facilitatori di cultura, più o meno influenti. Bisogna andare incontro al consenso.

Va quindi costruito un ecosistema. Ma chi deve farlo? Gli hub-forti e influenti che "predicano bene"? Oppure i tanti nuovi e vecchi abitanti con elmetto e moschetto che giornalmente sfidano la burocrazia cristallizzata e ammuffita? Serve un progetto? O forse serve un azione svincolata dalla rete? L’illusione che Obama abbia vinto con la rete è davvero tale. Obama ha vinto grazie ad un organizzazione (meet-up) radicata nel territorio e svincolata dalla rete. Oggi, inoltre, i disubbidienti lavorano nel suo staff!

Certo, i personaggi influenti (anche i vecchi blogger) sono utili, perché creano suggestioni e spingono verso l’adozione di nuovi paradigmi. Ma l’azione si fa sul territorio e il convegno di Demotopia ha raccolto molte testimonianze di “cittadini partecipanti”, di “amministratori illuminati” e di “giovani abitanti”. Ora è vero: bisogna fare un progetto paese. Ma questo è compito della politica, quindi di TUTTI noi.

Gialuigi Cogo
dal suo blog www.webeconoscenza.net



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