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Pubblicato il: 29-06-2009

La biblioteca, il regno delle piccole cose di Antonella Agnoli

L'intervista:  La biblioteca, il regno delle piccole cose di Antonella Agnoli
E se cominciassimo a pensare alla biblioteca non come un tempio del sapere pieno di scaffali polverosi, ma come uno spazio pubblico moderno e creativo? Luogo di incontro e di partecipazione a eventi, scambio di esperienze e di spunti intellettuali? Per Antonella Agnoli non stiamo parlando di utopia. Le sue idee, guardando la incantevole Biblioteca San Giovanni di Pesaro (che ha progettato e di cui è stata direttore sceintifico fino al 2008) riescono a trovare in verità molta concretezza. Nel suo libro Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà (Laterza) ha raccolto alcuni preziosi suggerimenti su come si può progettare in chiave innovativa una biblioteca senza barriere, aperta ai cittadini. Antonella Agnoli è consulente di architetti e amministrazioni per la progettazione di spazi e servizi bibliotecari. Ha collaborato anche al restyling degli Idea Store di Londra. È coordinatrice dell’Associazione Forum del Libro, collabora con Artelibro e ha pubblicato nel 1999 La biblioteca per ragazzi.

Agnoli, che tipo di comunicazione si può fare per dare vita agli spazi di una biblioteca rendendola luogo meno austero di quanto non sia nell'immaginario di molti?
Prima di comunicare un luogo diverso, bisogna pensare a un luogo diverso. Comunicare una biblioteca vecchia, piena di barriere fisiche e psicologiche, scaffali polverosi, sarebbe assai difficile. Bisogna invece imparare a progettare e a concepire un luogo completamente differente. Noi siamo un Paese dove si legge poco e abbiamo una crescita culturale bassa. La performance degli studenti in rapporto agli standard europei è in calo. Internet però permette ai giovani di accedere velocemente a una miriade di informazioni, non solo testi, ma soprattutto video e foto. Di fronte a queste opportunità i cataloghi impallidiscono. Mancano tuttavia luoghi di incontro dove stare insieme...

Allude alle piazze?
La piazza un tempo era l’essenza stessa della città, il luogo dove si formava l’opinione pubblica. Una volta c’erano le case del popolo e molti altri spazi per i cittadini. Oggi non ci sono nemmeno più le panchine dove riposarsi. Nelle piazze ci sono solo macchine e spazi commerciali. Sono spariti i luoghi di confronto e di socializzazione. Mancano ambienti per fare esperienze comuni.

Pensa che le biblioteche potrebbero riacquistare questo valore di spazio pubblico?
Sicuramente si avverte il bisogno di luoghi di cultura e socialità di nuova concezione, altrimenti non si continuerebbe a progettare nuove public library spesso con la firma di bravissimi architetti. Pensiamo al progetto avveniristico della Biblioteca di Birmingham. Alla Salaborsa di Bologna. Il progetto architettonico è importante perché la biblioteca deve essere concepita oggi in maniera moderna, con grande attenzione agli ambienti. Deve aprirsi alla città e diventare uno spazio per tutti.

In che modo?
Non è facile dare una risposta. Oggi le persone che entrano in biblioteca sono, a parte alcune rare eccezioni, non più del 10-11 per cento degli italiani. Gli altri dicono di avvertire la biblioteca come luogo troppo intellettuale e distante, si sentono in soggezione quando entrano. La verità è che non esiste un progetto nazionale che abbia fatto capire come costruire luoghi di lettura aperti, di facile accesso. Ecco perché è utile prendere a modello gli esercizi commerciali, dove tutti trovano facile e naturale entrare.

La biblioteca pubblica pensata come un supermercato?

Perché no? Non ci sono barriere di alcun tipo. Chi entra si sente a proprio agio. Non si viene guardati o giudicati in base al proprio aspetto o al censo. Le biblioteche nei Paesi Nordeuropei nascono spesso dentro i centri commerciali, dove i cittadini svolgono più attività contemporaneamente. Dove chi gestisce osserva accuratamente i comportamenti dei visitatori: come si spostano le persone, come acquistano, i luoghi freddi e quelli caldi. Paradossalmente non si snatura il luogo del sapere, anzi, la biblioteca viene inserita in contesti generali che coinvolgono tutti.

È questo il principio che muove l’Idea Store di Londra?
Beh, in Inghilterra l’Idea Store è un concept ben preciso. Sono state costruite vicino ai mercati, alle scuole, a livello di strada, trasparenti. Si entra nell’edificio quasi senza vederlo. Sono luoghi dove si fanno tante cose differenti. Si va lì per leggere il giornale, per fare due chiacchiere con un amico, si seguono corsi di yoga, danza, cucina e cucito, solo per fare alcuni esempi. Ecco, la biblioteca può essere un luogo dove si fanno semplicemente delle cose.

Ma come invogliare le persone a entrare?
Per esempio ampliando l’orario di accesso. Gli Idea Store sono aperti 7 giorni su 7, dalla mattina alla sera. Anche la domenica. Tutti ci possono andare. A qualsiasi orario. C’è poi il valore aggiunto del personale: l’idea rassicurante che in una biblioteca si possa essere supportati da operatori esperti in diverse attività. Per gli anziani si supera il problema del digital divide perché ricevono aiuto a connettersi. Per i giovani subentra l’aiuto nella selezione di materiali e notizie. I ragazzi soffrono della grande ridondanza di informazioni in rete.

Ma perché un adolescente che si trova a perfetto suo agio tra chat, twitter e facebook dovrebbe andare in una biblioteca?
Perché la biblioteca può diventare luogo di incontro con i coetanei, occasione di socializzazione. E di questo hanno davvero molto bisogno. I giovani dovrebbero essere coinvolti nelle iniziative della biblioteca: realizzare un filmato da mettere su YouTube che spieghi ai coetanei che la biblioteca è trendy, comporne l’inno, coprire un muro scrostato con graffiti. La creatività dei ragazzi deve diventare una straordinaria risorsa per la biblioteca, solo così potranno trovarla attraente e alla fine scoprire che vale la pena andarci anche per le sue collezioni: fumetti, romanzi, riviste, musica, film...

Quindi coinvolgerli nella comunicazione può servire?
La comunicazione entra già nella fase di progettazione di un servizio. Un servizio ben costruito viene realizzato anche con il coinvolgendo degli utenti a cui è destinato (come e dove lo vorresti? cosa vorresti fare?). In altre parole bisogna comunicare la biblioteca in modo che ognuno possa trovare l’informazione giusta per se stesso. Ricordiamoci che la biblioteca è un luogo neutro. Non ci si va per un bisogno specifico, come per esempio in ospedale, all’anagrafe, o in posta. E non si viene subito identificati all’entrata. Il primo accesso non è detto che avvenga per una passione specifica (come per es. a teatro). Quindi bisogna puntare sull’innovazione continua, sulla promozione di eventi, sulla messa in scena di libri. Non smettere mai di osservare le persone, capire quando si trovano bene, a loro agio. Ridurre i divieti. Spesso nelle biblioteche ci sono troppe regole. Retaggi vecchi: perché non bere una tazza di caffè mentre si studia? Vietando mille cose si comunica solo un’idea di chiusura.

Perché ha scelto il titolo Le piazze del sapere?

Lo spiego con l’immagine di una piazza che amo molto. Campo Santa Margherita a Venezia è vissuta da diversi target a seconda dell’ora del giorno: dalle signore la mattina che comperano il pesce o i fiori, dai bambini il pomeriggio, dai giovani la sera. Così come una piazza, una biblioteca deve poter offrire panchine, poltrone, eventi, incontri, assolvere diverse funzioni, non per forza solo quella per cui un lettore vi è entrato. Io penso a delle biblioteche che siano third place, come il barbiere o la birreria, luoghi apparentemente funzionali, dove si finisce per leggere riviste, commentare le notizie, parlare con gli altri. Luoghi di aggregazione e impegno civico, di controllo da parte dei governati e scambio di opinioni.

Come accolgono le pubbliche amministrazioni questa idea moderna di biblioteca?

Gli amministratori a volte sono in difficoltà perché nessuno ha mai detto loro come progettare una biblioteca moderna. Gli spagnoli, per esempio, prima sono andati a vedere le biblioteche danesi e poi hanno cominciato a costruire buoni esempi anche da loro. Così come all’inizio molti architetti, bibliotecari e amministratori sono venuti a studiare il caso di Pesaro.  Però bisogna puntare su figure professionali competenti che siano in grado di spiegare come progettare in questo modo, abbattendo le barriere. La biblioteca è un insieme di tante piccole cose (Il Dio delle piccole cose è il titolo della seconda parte del libro, ndr), di migliaia di attenzioni: dove mettere le sedie, dove il caffè, come disporre gli scaffali e mettere (o non mettere!) i cartelli. Nessuno farebbe progettare una sala operatoria a chi non ne sa nulla. Così vale anche per una biblioteca.  Ecco in questo senso gli amministratori possono capire che la biblioteca è un luogo strategico dove passa la cultura politica e sociale di una città. Concepita così può diventare anche strumento di consenso perché vi si aggregano persone. E il mio libro spero possa fornire alcuni suggerimenti perché la biblioteca possa diventare uno spazio pubblico significativo della vita culturale di una comunità.

Giorgia Iazzetta




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