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Pubblicato il: 22-05-2009

Disobbedienti della PA che condividono per innovare

L'intervista: Disobbedienti della PA che condividono per innovare
"Se pensate ancora che si tratti di un convegno dove presentare delle slide, beh allora non venite al Barcamp! avete sbagliato posto e momento. Il Barcamp è conversazionale, interattivo e bidirezionale. Si possono presentare e discutere progetti, proposte e visioni ma soprattutto dialogare socializzando, essere disposti ad ascoltare". Così postava Gianluigi Cogo pochi giorni prima del Barcamp di Roma, di cui è stato la mente organizzatrice e animatrice. E così si è svolta la non-conferenza, con protagonisti del mondo della Pubblica Amministrazione interessati a condividere le loro esperienze più innovative. Persone spesso definite i “talebani o i “disobbedienti” della PA hanno conquistato attenzione sui media come partecipanti a uno degli eventi più interessanti del ForumPA. E allora abbiamo pensato di capire meglio le loro idee parlando proprio con Gianluigi Cogo, innovation e knowledge manager (il suo blog è http://www.webeconoscenza.net), che lavora presso la Regione Veneto alla Direzione Sistemi Informativi come web architect e community manager, una nuova figura professionale che potrebbe interessare molti i futuri comunicatori pubblici...

Dott. Cogo, come nasce il Barcamp?
Tutto parte dalla rete di InnovatoriPA.it (la Rete per l'innovazione nella Pubblica Amministrazione Italiana), un sistema di social networking che unisce persone interessate alla divulgazione dei temi legati all’innovazione e al cambiamento della PA. Ci siamo riuniti l’anno scorso, in modo informale, quasi conviviale. C’era molta voglia di fare delle cose insieme, di creare un ambiente dove aggregarci. Oggi siamo in tanti.


Quale la vostra provenienza?

Molti lavorano nelle strutture della PA. Alcuni di noi sono blogger o artisti del web. Diciamo che ci relazioniamo bene utilizzando modalità digitali. Ma poi spesso si creano occasioni reali come il Barcamp a Roma appunto. Direi che il nostro valore principale è la relazione, cioè la conoscenza fisica delle persone con le quali condividere progetti, anche di lungo raggio. Visto il successo, penso che il Barcamp sarà una formula che in futuro useremo sempre più spesso.


Come mai venite spesso tacciati come disobbedienti o addirittura talebani della PA?
Si va contro regole cristallizzate. Paradigmi precostituiti. Io personalmente mi occupo di web sociale e disintermediazione (il parlarsi alla pari appunto, senza il limite del mezzo). Termini nuovi che fanno paura. Il paradosso è che chi ci accusa di essere talebani della innovazione non capisce che semplificazione dei rapporti significa semplificazione del lavoro. Non comprende che in realtà i social network facilitano la comprensione delle istituzioni soprattutto avvicinando i più giovani. Un ragazzo o una ragazza di 18 anni difficilmente arriverà al portale "istituzionale". È molto più probabile che raggiunga il gruppo della regione o del comune su Facebook.


Eppure molti enti locali hanno deciso di vietare ai dipendenti l’accesso ai social network…
Si tratta di canali spesso mistificati: YouTube solo negativo, Fb solo una perdita di tempo... Ma  non è così. Le PA possono modificare i canali, usarli in modo positivo. Non è il canale ad essere viziato. È il modo in cui lo si utilizza piuttosto. In questo senso i disobbedienti vogliono usarli bene: produrre cultura, innovazione, ideare soluzioni nuove e scambiare buone prassi. La nostra è una “disobbedienza riuscita” come dice il mio collega Gianni Dominici in questo articolo.

Non c’è il rischio di un effetto vetrina?
Certo, per questo ho invitato a non partecipare al Barcam solo per presentare progetti. I materiali metteteli in rete. Venite qui per ascoltare, per ascoltarvi. A parte i primi momenti incerti poi si supera la titubanza e tutti hanno voglia di condividere e dialogare. Non c’era affatto desiderio di protagonismo o logiche di marketing.

È faticoso innovare dall’interno?

Sì, decisamente. Non è immediato capire come si fa a lavorare con nuovi paradigmi. Non è facile formarsi, si fa fatica a lavorare bene, a tenere attivi i canali. Per questo sostengo da tempo che ci vogliono figure professionali sempre più specifiche per questo settore. Il community manager per esempio, che richiede una preparazione specifica: deve avere competenze tecnologiche ma deve anche assistere alle conversazioni e capire velocemente cosa il cittadino vuole. Bisogna essere dei bravi knowledge manager e saper rispondere adeguatamente alle domande.
E poi è inutile rinnovarsi fuori se non si assimilano questi concetti dentro la struttura. Bisogna curare prima i processi interni, l’e-government, la rete intranet, il back office. Solo così si può lavorare bene nel front office e nel web.

Ma tutto questo spesso non viene fatto. Perché tante resistenze nella PA a innovare?

Perché le PA dovrebbero mettersi in gioco. Investire. Creare queste nuove figure professionali di cui parlavamo. Alcuni ci stanno, altri no. E poi esiste un problema politico. Molti amministratori li usano i sociali network, ma solo per farsi autopromozione, per se stessi come politici e non per l'istituzione che amministrano. È raro trovare amministratori illuminati, che credono in progetti a lungo termine e nell’innovazione al servizio del cittadini.

Eppure le professionalità ci sono se voi ci state provando...
Sicuramente sì. Siamo tanti. La passione non manca. Però facciamo paura. Ci accusano di essere visionari perché non accettiamo le prassi consolidate, le procedure obsolete, le inefficienze.

Il Barcamp è effettivamente strana come prassi. Come ha funzionato a Roma?
Piccoli gruppi di otto o dieci persone, otto tavoli. Speech multipli e nessun leader. I temi sono stati proposti giorni prima in modalità wiki sul blog InnovatoriPA. La giornata non aveva programma, i post-it con i temi andavano e venivano. Si parlava dentro e fuori la sala. Poi la connessione wi-fi permetteva ad ogni partecipante di interagire con la rete, mandare foto e aggiornare il blog facendo instant blogging. Sì effettivamente è un format un po’ anarchico, collaborativo, aperto e libero.

È una modalità utile per capire le difficoltà dei processi partecipativi che coinvolgono i cittadini nelle politiche pubbliche?
Sì. Utilissima. Spesso il problema non è che il cittadino non sia preparato, ma come aggregare la domanda, come renderla comprensibile e presentarla agli amministratori. Noi stiamo facendo pratica sulle modalità e gli strumenti della partecipazione. Così siamo molto più vicini ai cittadini e cerchiamo di parlare il loro linguaggio.

Progetti a cui sta attualmente lavorando?
Mi sto avventurando nella stesura di un elaborto (forse eBook o libro tradizionale) che sancisca i diritti ma anche i doveri e le responsabilità dei cittadini digitali. Inoltre sto lavorando assieme a diversi "amministratori illuminati" a un manifesto dell'Amministrare 2.0. Un manifesto di principi a cui riferirsi quando si costruiscono servizi per i cittadini.

Giorgia Iazzetta




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