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Pubblicato il: 26-09-2008

Net tv, JumpPC e web 2.0: i nuovi media nelle scuole

L'intervista: Net tv, JumpPC e web 2.0: i nuovi media nelle scuole

Matite smozzicate, edifici fatiscenti e magari video volgari e discriminatori su YouTube. La scuola italiana fortunatamente non è solo questo. Basta entrare in qualche classe torinese per avere di fronte tutto un altro scenario: redazioni televisive, progettazioni di interfacce per pc, seminari di web tv e diritto d'autore, piattaforme di condivisione e strutture collaborative. Ne abbiamo parlato con Eleonora Pantò, responsabile dell'area Comunità della Conoscenza CSP, che gestisce progetti di innovazione legati al mondo dell'istruzione e delle comunità virtuali come Dschola e Riusa. È  stata responsabile di due laboratori scientifici dell'Università di Torino sul tema delle Knowledge Communities e dei Social Media, e ha realizzato le prime finestre web della Regione Piemonte e del Comune di Torino.

D: Partiamo dalla scuola. Lei ha lavorato per otto anni su DSchola (pronuncia dìscola, ndr), progetto selezionato nel luglio 2003 dalla Ue come best practice in tema di eGov. Può spiegare ai lettori in che cosa consiste?
R: "Il progetto Dschola, nato nel 1996, era solo un parte di un progetto regionale più ampio che prevedeva di dare connettività alle scuole, finanziamenti a varie iniziative, supportare alcune scuole per fungere da tutor di altre. Un progetto di educazione ai nuovi media coordinato dalla Fondazione CRT che doveva gestire 21 milioni di euro. Era un periodo particolare per la scuola italiana, in cui si cominciava a parlare di autonomia. E l'idea era scegliere 18 scuole che si distinguessero nel campo delle Ict perché svolgessero attività di supporto ad altre scuole di diversi gradi e realizzassero progetti informatici specifici, oltre ad alfabetizzare insegnanti con un centinaio di seminari nel corso di tre anni. Il CSP aveva un ruolo di coordinamento e di garante scientifico. Quando i soldi pubblici sono venuti a mancare, nel 2004, le scuole hanno fondato una loro associazione. Si trattava di Dschola, appunto, perché i progetti potessero andare avanti, sempre con questo doppio binario: portare le infrastrutture tecnologiche sui banchi di scuola e promuovere l'alfabetizzazione digitale degli studenti".  
  
D: E qui sono usciti dei casi di eccellenza...
R: "Sì, gli istituti tutor dovevano supportare altre scuole, organizzare seminari formativi e sviluppare progetti propri. Il CSP ha accolto idee originali provenienti da diversi istituti. Ad Asti per esempio c'è la prima scuola che ha avviato il wireless. Una punta di eccellenza è data dall'istituto tecnico Majorana di Grugliasco che ha avanzato delle sperimentazioni sulle architetture collaborative quando di web 2.0 ancora non si parlava così tanto come oggi. Questo stesso istituto è in questo momento al centro di una nuova idea: la possibilità di utilizzare nelle scuole primarie pc ultraportatili e a basso costo, come quelli di Nicholas Negroponte per capirci".

D: Vale a dire?
R: "Si tratta di personal computer di piccole dimensioni detti anche NetPC. Questa rivoluzione è iniziata con il progetto OLPC di Negroponte, che si può considerare il precursore di questa nuova categoria di pc economici pensati per i bambini. La sperimentazione di Un pc per ogni studente ha introdotto nelle scuole primarie 50 JumPC di Olidata: pc italiani, con tecnologia ClassMate di Intel, pensati con una interfaccia speciale per i bambini".

D: E com'è un'interfaccia per bambini?
R: "Sicuramente un'interfaccia che non usa la metafora della scrivania, adatta agli adulti e non ai bambini. Prevede il magic desktop, per esempio, che impedisce l'accesso a certi siti, per una navigazione sicura. Il resto lo fa una grafica fantasiosa, con maghi a fare da guida. progettata sempre L'allestimento 'a misura di bambino' è stato realizzato da giovani, in questo caso gli stessi periti informatici del Majorana che hanno avuto occasione di mettere in pratica gli insegnamenti teorici".

D: Ci sono studenti di comunicazione che escono dalle università senza avere un'idea di cosa sia un blog. Qui addirittura dei ragazzini fanno parte della redazione di una webtv. Perché è importante alfabetizzare i giovani alle Ict?
R: "I giovani sono i veri protagonisti della rivoluzione mediatica in atto. È importante a mio parere veicolare agli studenti un uso corretto delle nuove tecnologie. Dschola vuole ribaltare l'idea diffusa di ragazzi chiassosi e maleducati, e dimostrare come gli studenti possano invece realizzare prodotti di qualità facendo un uso intelligente e responsabile delle tecnologie digitali".

D: E a proposito di etica, veniamo a Eticommunity: è difficile comunicare con i ragazzi sul problema dei diritti legati alla privacy e alla sicurezza?
R: "Eticommunity è l'ultima evoluzione di Dschola, pensata contro il bullismo e contro un'immagine negativa che spesso arriva dalla cronaca. Sempre guidati dall'idea che ai ragazzi si può insegnare un modo etico di fare video, abbiamo raccolto tutti i video realizzati dalle scuole in un unico portale. L'etica è sempre al centro dei nostri progetti. Nei seminari di formazione tenuti da Massimo Arvat si affrontano non solo questioni tecniche, ma anche etiche. Un ragazzo non ha idea di cosa sia il diritto d'autore, meno ancora ha il concetto di identità o dati personali da tutelare. Per questo certi episodi su YouTube che hanno colpito molto noi adulti per loro sono ragazzate, scherzi".

D: Dalla produzione creativa alla scuola 2.0 il passo è breve...
R: "Le opportunità per la scuola offerte dal web 2.0 sono almeno due. La scuola come PA, grazie al web 2.0, ha la possibilità di pubblicare circolari, documenti, contributi di docenti, fare rete tra istituti. Ma anche ai ragazzi stanno apprendendo come diventare protagonisti del web caricando i propri materiali, imparando concetti di partecipazione e condivisione. I giovani cominciano a vedere internet come spazio per creare contenuti e non solo usufruirne".

D: Restiamo sul 2.0 ma in un altro ambito: lei fa parte della redazione di Global Voices Online, esperimento internazionale di citizen journalism che da luglio conta anche su un gruppo di redattori in Italia. Perché questo tipo di giornalismo dovrebbe dare una informazione più libera e completa?
R: "Global Voices Online è un esperimento di citizen journalism nato presso l'Harvard Law School's del Berkman Center for Internet and Society, il cui motto è 'dar voce a chi non ha voce': per questo sono pubblicate solo news da Paesi in via di sviluppo. Per ogni area geografica c'è un editor che fa da coordinatore e alcuni volontari traducono in inglese gli articoli provenienti da blogger di varie aree del pianeta poco coperte dai media internazionali. Poi nei singoli Paesi questi contributi vengono selezionati e tradotti in base alla sensibilità di ognuno (vedi il sito italiano di Global Voices). Io per esempio mi occupo di tematiche legate al genere, all'educazione e alle nuove tecnologie. All'estero, sul citizen journalism, i media tradizionali sono molto più sensibili, prova ne è l'accordo del New York Times con Global Voices Online per pubblicare alcune notizie scritte dai blogger. Ma lentamente si sta diffondendo anche in Italia l'idea che l'informazione dal basso non sia per forza bassa informazione, slogan del progetto di Agora Vox che sarà presentato il prossimo 3 ottobre a Roma".


G.I.



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