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Pubblicato il: 03-07-2008

Parole e non fatti. Virtù e vizi della comunicazione politica in Italia

Editoriale: Parole e non fatti. Virtù e vizi della comunicazione politica in Italia

In quasi tutte le culture tradizionali - ad esempio, in grado estremo, nella antica cultura giapponese - le 'parole sono fatti' ovvero hanno le stesse conseguenze dei fatti. In culture siffatte, se dò la mia parola e una stretta di mano dopo avere concluso verbalmente un accordo non vi è alcuna differenza che se avessi firmato quell'accordo davanti un notaio, l'avessi poi registrato e riempito di timbri e bolli. Nelle culture moderne la distinzione acquista un senso diverso: alle parole spesso non seguono i fatti e, altrettanto spesso, i fatti non sono accompagnati o seguiti da parole. In breve il 'divorzio' può essere totale.

Se queste considerazioni si spostano sul piano politico le distanze aumentano notevolmente. Innanzi tutto, è la stessa competizione tra i partiti o tra coalizioni di partiti che porta a promettere in campagna elettorale più di quello che è possibile realizzare effettivamente. È lo scontento dell'elettore ovvero del cittadino, se fuori delle elezioni, per i problemi presenti nella sua vita di ogni giorno e non risolti a indurre i politici a dichiarazioni per convincere, per evitare il diffondersi di atteggiamenti di distacco e antipolitica.
Sono le stesse condizioni oggettive critiche delle economie attuali che limitano le possibilità per i politici di mantenere le promesse fatte, addirittura anche fuori dalla campagna elettorale. Sono, infine, le stesse strumentalizzazioni che i politici fanno delle parole per giustificare azioni altrimenti assai difficile da accettare per i cittadini: l'esempio recente più illustre può essere dato dalla famosa 'presenza di armi di distruzione di massa' come giustificazione data per l'attacco americano all'Iraq, ovvero a un paese strategicamente cruciale per gli interessi americani nell'area. In breve, una torre di Babele in cui vizi e virtù della comunicazione si assommano e le strumentalizzazioni sono più comuni dell'aria che respiriamo.

Se cerchiamo di dare un ordine e inquadrare entro principi definiti la comunicazione politica per cercare di  capire quando vi è strumentalizzazione e quando non vi è ovvero quando siamo virtuosi e quando viziosi, occorre partire da alcuni punti fermi, o quasi. 

Innanzi tutto, la comunicazione delle élites politiche elette mira a formare le opinioni verso i cittadini che si traducono in voto o in sostegno, se fuori dalle elezioni. In secondo luogo, più che la stampa, la televisione può avere un ruolo importante nella formazione del consenso. Tuttavia, terzo, una stampa effettivamente indipendente può formare o modificare o mettere in dubbio opinioni diffuse. Quarto, se esiste una comunità di qualche tipo, basata su un territorio o su un mestiere o una professione, le opinioni presenti e diffuse in modi diversi all'interno di queste comunità sono più forti di qualsiasi televisione o giornale.

Tuttavia, se si vogliono evitare sovversioni e manipolazioni della comunicazione politica, tutte le élites politiche indistintamente devono sottostare ad alcune regole essenziali. Queste derivano dalle dimensioni più importanti in una democrazia di qualità che sono: sovranità della legge, responsabilità degli eletti verso gli elettori, responsabilità tra le istituzioni, partecipazione, competizione, capacità di rispondere ai bisogni dei cittadini, garanzia delle libertà individuali e di gruppo, eguaglianza anche come solidarietà.

Le regole che ne discendono sono tutte orientate a fare rispettare o realizzare al meglio quelle dimensioni limitatamente agli aspetti di comunicazione. Dunque, per una maggiore sovranità della legge, a parte tutto il resto,  le élites politiche, coadiuvate dai media, dovrebbero operare uno sforzo di informazione, diffusione, spiegazione delle leggi approvate e delle relative politiche.
Per una maggiore responsabilità elettorale o una migliore capacità di risposta ai bisogni dei cittadini, le élites elette non dovrebbero mai fare ricorso al cosiddetto blame shift, cioè allo spostamento su altri soggetti di responsabilità proprie per decisioni prese; i media dovrebbero denunciare simili tentativi ed anche mettere in evidenza tutte le sovra-promesse, poi effettivamente irrealizzabili, dei politici, criticandole apertamente.
Per migliori e più efficaci partecipazione e competizione, le ragioni specifiche delle diverse occasioni di partecipazione, ovvero del rafforzamento della competizione, dovrebbero essere bene evidenziate dai media.
Infine, una maggiore garanzia di libertà ed uguaglianza nei diritti sociali dovrebbero venire soprattutto da una capacità di informazione e denuncia dei media di violazioni dei diritti civili, politici e sociali, intesi in senso ampio.

Come si vede, la maggioranza delle regole menzionate spostano su televisione e stampa il peso di una informazione corretta, continua, trasparente attraverso le modalità specifiche sopra esemplificate. Se si cominciasse a fare una competizione tra élites politiche e tra media per una migliore comunicazione che seguisse quelle regole, la politica italiana farebbe un balzo in avanti talmente grande da annullare persino l'anomalia berlusconiana, superandola. Ma è davvero un'utopia? O non è proprio quell'anomalia che per una sorta di autocensura non dichiarata rende tutto quasi impossibile?


Leonardo Morlino
Professore di Scienza Politica presso l'Istituto italiano di Scienze umane di Firenze, Presidente in carica dell'International Political Science Association (IPSA). È autore di Democrazie tra consolidamento e crisi (Il Mulino) appena uscito nelle librerie. Tra i recenti lavori segnaliamo la pubblicazione di International Actors, Democratization and the Rule of Law. Anchoring Democracy? (Routledge) e la nuova edizione del Manuale di scienza politica realizzato con Donatella Della Porta e Maurizio Cotta per il Mulino



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